Negli ultimi 2 mesi la nostra Comunità ha avuto la gioia di accogliere Giacomo, un giovane seminarista di Cagliari arrivato a Bruxelles lo scorso ottobre per un periodo di missione che lo accompagnerà fino alla fine dell’anno. È difficile non notarlo: il suo sorriso spontaneo, la sua disponibilità e soprattutto quello sguardo limpido, acceso da un amore sincero per Cristo, raccontano molto più di mille parole. In un tempo in cui la fede spesso si nasconde, la sua presenza è una testimonianza semplice e luminosa.
In questo tempo di attesa, abbiamo chiesto a Giacomo di condividere con noi qualcosa della sua vocazione e del modo in cui vive l’Avvento, questo cammino silenzioso e luminoso che prepara il cuore all’incontro con il Signore. Le sue parole, semplici e profonde, nascono da un rapporto vivo con Dio e da un desiderio sincero di lasciarsi plasmare dalla Sua grazia.
A Giacomo va il nostro grazie riconoscente, unito alla preghiera perché il Signore e la Vergine Santissima lo accompagnino passo dopo passo nel suo cammino verso il sacerdozio, custodendolo e colmandolo dei doni dello Spirito Santo.
Come è avvenuta la tua chiamata al sacerdozio? Come hai capito che il Signore ti stava chiamando a questa vocazione?
Quando Cristo chiama, per una strada o per un’altra, chiama sempre per stringersi di più a Lui, per amarlo di più. Nel mio caso mi son reso conto che la vita stava iniziando a fiorire, seppur magari non senza difficoltà, nello stare con persone che stavano dando tutta la loro vita a Cristo nella Chiesa, per la loro acutezza, grandezza d’animo, capacità di lettura del reale, insomma per la loro umanità. Quindi nessun fuoco d’artificio o fulmine dal cielo, ma semplicemente il metodo di Gesù, che continua a chiamare per mezzo di una trama di relazioni attrattive. Grazie a questo fascino ho potuto dire “voglio essere come loro, voglio che la mia vita prenda questa piega”. Da quel momento ho iniziato a interrogarmi sinceramente su questa intuizione della vocazione al sacerdozio e ho iniziato a prenderla sul serio, negli anni di università, grazie all’aiuto di amici sacerdoti. Inoltre, poi, rileggendo tutta la vita, vedi come il Signore chiama dall’eternità, per cui alcuni tratti di particolare attenzione per una simile vocazione li rivedo un po’ in tutta la mia storia. Voglio sottolineare un altro tratto fondamentale che ho visto e che continua a segnarmi, cioè la chiamata dentro una comunità, è dentro la comunità cristiana che nascono e si sviluppano le vocazioni, è essa che le supporta ed è in essa che trovano direzione e apertura al mondo intero: una preferenza particolare, amicale, se è vera, ti rilancia a tutti.
Ci spieghi brevemente cosa prevede il percorso fino al sacerdozio?
Anzitutto non è un percorso breve, nella norma attualmente dura 6/7 anni, minimo, per arrivare prima all’ordinazione diaconale poi a quella sacerdotale. Prevede un periodo iniziale di propedeutica, ovverosia di verifica e comprensione della idea vocazionale, oppure di seminario minore, che è la forma residenziale per i ragazzi delle superiori. Poi inizia il Seminario maggiore, che è un percorso per tappe, come ho detto prima di 6/7 anni, dentro i quali si svolge una formazione fondata su 4 pilastri : la formazione culturale, proposta dallo studio accademico della filosofia e della teologia; la formazione spirituale, dettata dal rapporto costante con un padre spirituale e dai ritiri che segnano l’anno; la dimensione umana, che viene educata tramite incontri di formazione grazie agli educatori interni o esterni del seminario; poi alla base di tutto ciò c’è la formazione comunitaria, che è il collante di tutte le altre e permea la vita. Non si può concepire un sacerdote che si concepisca da solo, un lupo solitario; è nel rapporto con gli altri che, oltre a ricevere un aiuto e un conforto non indifferente, diventi capace di riconoscere Cristo che opera nella vita e la trasforma.
Ad ogni modo, poi il percorso di seminario è disseminato di tappe che segnano il cammino e che aprono al rapporto con Cristo in un compito particolare. La prima tappa è l’ammissione agli ordini, in cui dici il primo sì alla Chiesa, offri ufficialmente la tua disponibilità a diventare diacono e presbitero per gli altri. Poi si riceve il ministero del Lettorato, che è segno di un rapporto peculiare con la Parola di Dio, si è chiamati ad annunciarla nella liturgia e nella vita. Poi ancora, il ministero dell’accolitato, che indica la vicinanza al Mistero dell’Eucarestia, tramite il servizio all’altare e una conformazione a Cristo sempre più viva. Dopodiché, più o meno un anno, si arriva alle ordinazioni diaconali e presbiterali.
Siamo entranti nel tempo di Avvento, cosa vuoi dire a tutti i fedeli che si stanno preparando alla nascita di Gesù?
Per rivolgermi agli altri, dico anzitutto alcune cose che hanno interrogato me e qual è il mio desiderio per questo periodo. Percepisco l’Avvento, e vorrei viverlo, in questo modo: come il tempo degli assetati, di chi ha fame e sete di compimento, di Dio. È il tempo per immedesimarsi di più con l’amore gratuito di Dio, che sceglie per primo. Come immedesimarmi? Con l’ascolto profondo di Dio, è un tempo che la Chiesa mi dà e ci dà per educarci ad una sequela in questa dimensione di tensione a Dio che continuamente si presenta nel nostro mondo, che continuamente si incarna. La parola che più aiuta a capire l’avvento è l’at-tesa, una tensione, un tendere, uno sporgerci verso qualcosa, meglio Qualcuno. Ma perché attendere? Ne vale la pena? Si potrebbe restare in un letargo perenne, invece la Chiesa ci educa così: ci insegna che questa vita non è destinata al nulla, questa vita è promessa: una promessa pienamente realizzata in Cristo, per la quale val la pena di rimanere svegli. Allora l’avvento è il tempo fondamentalmente della libertà, il tempo in cui si gioca la nostra sequela a Cristo, colui che sempre arriva, è tempo di conversione, cioè di riconoscere e decidere chi compie questa vita.
Poi c’è un’altra cosa che mi sorprende. La Chiesa inizia con l’avvento l’anno liturgico e offre un nuovo punto di inizio dell’anno, quindi una proposta per la vita: lo fa immettendo all’inizio delle letture sulla fine dei tempi, sembra un paradosso, eppure ci fa guardare ciò che è decisivo e definitivo in questo tempo, in questa vita: è Cristo.
Valentina Della Sala
